A
dieci anni dalla scomparsa, la Galleria Nazionale di Arte
Moderna di Roma dedica a Mario Schifano, artista-icona dell’arte
italiana del Novecento, una grande retrospettiva, con circa
130 opere tra dipinti e disegni. Il percorso espositivo
analizza l’intero corpus di lavori di Schifano, in cui si
riscontrano le varie fasi attraversate dall’artista in quarant’anni
di attività: dai primi lavori degli anni ’50, opere perlopiù
inedite in cui affiora una certa influenza informale, ai
monocromi; dall’esperienza Pop degli anni ’60 alle tele
emulsionate degli anni ’70. E poi, il ritorno alla pittura
negli anni ’80, fino ad arrivare al ciclo dedicato alla
televisione e al linguaggio multimediale, testimonianza
della sua ricerca verso una commistione tra pittura e altre
forme d’arte come musica, cinema, video e fotografia. “Il
tema costante, documentato anche da questa mostra - sottolinea
il curatore Achille Bonito Oliva – è quello della relazione
dell’artista col mondo che lo circonda, una spazio-temporalità
pulsante di immagini, suoni, forme e colori”. L’ingresso
alla mostra avviene sotto l’insegna di una celebre frase
di Schifano “Io aspetto un segnale per partire, basta niente,
un giornale, un titolo, un’insegna…”. Lungo le pareti laterali
che circondano il salone centrale della Gnam, comincia il
percorso espositivo che scandisce, decennio dopo decennio,
la frenetica attività di Schifano. Punto di partenza sono
gli anni Sessanta, caratterizzati dalla creazione di cicli
tematici progressivi quali i monocromi, gli incidenti, i
paesaggi anemici, i marchi pubblicitari, le insegne stradali.
In questo decennio Schifano riesce a destare l’attenzione
di critici e galleristi, prima con i monocromi, poi con
le opere di chiaro gusto pop, entrando a far parte, anche
se per un breve periodo, della scuderia di Ileana Sonnabend,
celebre gallerista americana. Nel 1960 Schifano espone alla
galleria La Salita con Festa, Angeli, Lo Savio e Uncini
che insieme a lui saranno i protagonisti della Scuola di
Piazza del Popolo. Il successo vero e proprio arriva poco
dopo, con i monocromi. Attraverso queste opere, Schifano
sente la necessità di stringere un legame con i grandi artisti
che hanno fatto della pittura monocolore l’oggetto della
loro ricerca. Ma il suo studio opera su basi radicalmente
diverse, in quanto l’artista comincia ad interrogarsi soprattutto
sulla natura del colore e della materia. A tal proposito,
Achille Bonito Oliva scrive in catalogo: “L’unica materia,
infatti, è il colore, perché lo spazio è puro supporto e
occasione per la sua estensione. Così se la superficie del
quadro indica lo spazio, il colore è direttamente il tempo.
[…]”. Schifano omaggia Malevic e Kline, ai quali dedica
splendide opere: Murale a Franz Kline del 1962 e Senza titolo
(Kasimir Malievic) del 1965. Come scrive Marco Meneguzzo
“[…] se la storia della cultura attribuisce al ‘monocromo’
certe valenze intellettuali di un meditato percorso verso
il punto zero della pittura, non si dovrebbe attribuire
questo titolo alla produzione artistica dei primi anni di
Schifano. Ché, semmai, costituiscono la partenza, e non
l’arrivo, di un’esperienza culturale” (Da Mario Schifano
l’immagine approsimativamente, in M. Meneguzzo, Schifano,
cat. Mostra Loggetta Lombardesca, Ravenna, 1982). La A,
che campeggia sulla tela dedicata a Kline, diviene quindi
un segno, un’immagine, una via di mezzo tra langue e parole,
così come No del 1960, in cui si può trovare la chiave dell’intera
ricerca di Schifano in quegli anni. Anche il colore in questo
momento diviene simbolico e, sulla stesura del colore, Schifano
comincia ad inserire un numero o una parola, una sorta di
simbolo dada che cattura lo sguardo dello spettatore invitandolo
a meditare sullo spazio. È questo Aut Aut, una grande carta
intelata del 1960 in cui le due parole sono posizionate
simmetricamente, “emergendo” dallo sfondo a smalto giallo
al centro della tela. Nel 1962 Schifano va per la prima
volta in America dove resta particolarmente colpito dalle
opere di Rauschenberg e Kline, di Dine e Jasper Johns. Ma
soprattutto è l’incontro con Andy Warhol che lo segna. Spesso
paragonato all’artista americano per la velocità del gesto
pittorico e perché entrambi esaminano le immagini stereotipate
della cultura di massa, le ricerche di Schifano e quelle
di Warhol sono in realtà molto diverse. Coca cola o Esso
si discostano dalle immagini riprodotte in maniera fotografica
dall’artista americano, come ad esempio il rifacimento della
bottiglia di Coca cola o della zuppa Campbell’s, poiché
Schifano non trasforma l’oggetto in puro segno, bensì lo
scompone. Quindi, mentre le opere di Warhol rappresentano
un oggetto di consumo prelevato dal suo contesto e rappresentato
in maniera realistica ma del tutto immobile, Schifano decentra
le sue scritte pubblicitarie conferendogli così una sorta
di movimento. Dopo il ’62 l’artista lascia la serie dei
monocromi e delle coca-cola (motivo per cui viene interrotto
il rapporto con la Sonnabend), per dedicarsi ai particolari
di paesaggio e agli incidenti. La serie degli incidenti
di macchina, tra i quali ricordiamo presente in mostra Incidente
D662 (1963), sono spesso realizzati con un effetto di sdoppiamento
dell’immagine. Anche in questi lavori, infatti, i contorni
sono sommari con un effetto sbavato e mosso che dimostra
ancora una volta la sensibilità di Schifano verso la fotografia
e il cinema. A partire dagli anni Settanta Schifano inizia
a fotografare le immagini televisive che trasferisce sulla
tela emulsionata, dove agisce con colori alla nitro. Le
tele sono spesso “chiuse” in una teca di perpespex, ricreando
in qualche maniera l’oggetto stesso. “Televisione cattiva
maestra” mi verrebbe da dire, citando il titolo di un celebre
saggio di Popper. E dalla tv Schifano prende proprio tutto,
dalle immagini delle aste ai video pornografici, dai telegiornali
alle corse ciclistiche. Il televisore appare come musa ispiratrice
(Musa ausiliaria è il titolo di una sua celebre opera del
1996), tanto che Schifano passa dal dipingerlo, alle volte
acceso altre spento (Il seduttore del 1995 e Televisione
del 1997) al fotografarlo, ora come oggetto, ora come luogo
di accadimenti (Ora esatta, 1970; Paesaggio Tv, 1970; Ex
film, 1975). Schifano è l’artista che più di ogni altro
è riuscito ad utilizzare tutte le immagini possibili, sia
quelle prodotte dall’arte che quelle prodotte dai media,
in uno sconfinamento perpetuo tra mezzo e messaggio. La
sezione dedicata agli anni Ottanta è caratterizzata da tele
monumentali in cui il gesto pittorico, a volte colato altre
volte che lascia intravedere la tela grezza, sconfina nelle
cornici in un’orgia di colori prettamente industriali (smalti
e acrilici). Sono Biciclette (1982), Ballerini (1982), Il
parto numeroso della moglie del collezionista (1985). Se
negli anni Settanta Schifano estrapola il fotogramma di
un programma televisivo per proiettarlo successivamente
sulla tela, negli anni Novanta l’artista interviene pittoricamente
sull’immagine stessa e comincia ad usare tele pvc preparate
al computer (Tracce di minaccia, 1990), opere che dichiarano
la felice coabitazione tra pittura e tecnologia. La sala
al piano di sopra è dedicata ai disegni (è esposta per la
prima volta la cartella grafica realizzata con il poeta
Frank O’Hara), alle polaroid e al cinema. Attraverso la
fotografia l’artista fissa centinaia di immagini che spesso
trasferisce sulle grandi tele. Schifano adotta la Polaroid
dagli anni Settanta poiché questa, a differenza degli altri
mezzi tecnologici, conserva come l’opera d’arte il suo carattere
di unicum. Viste nel loro complesso le polaroid di Schifano
denotano l’atteggiamento amatoriale di una persona colta,
assetata di immagini, che privilegia questo mezzo per la
sua istantaneità. Chiude la mostra la proiezione di una
sequenza di clips tratte dai corto e lungometraggi realizzati
dall’artista tra il ‘64 e il ’69. I film di Schifano sono
lunghe sequenze ricche di immagini. L’artista, così come
nella pittura, procede sempre per frammenti trascurando
quasi totalmente la narrazione. Per questo i suoi film,
fuori dai canoni cinematografici tradizionali, sono stati
collocati dalla critica nel cinema d’artista. Tra le pellicole
ricordiamo Reflex, Round Trip e Schifano (1964) e la trilogia
Satellite, Umano non umano e Trapianto consunzione e morte
di Franco Brocani (1968-69) Prima di giungere alla sala,
però, il pubblico è invitato ad osservare le opere di Schifano
degli anni Cinquanta. Tele in cui si evince una chiara influenza
dell’arte Informale prima della “conversione” all’arte pop.
Come Schifano stesso dichiarerà: “Erano gli anni dell’informale…
O uno andava nelle strade e guardava i cartelloni pubblicitari,
o andava nelle gallerie a vedere i quadri informali. Stranamente
per me ed altri pittori era quello che si trovava all’esterno
delle gallerie che ci sollecitava. In seguito il mio lavoro
ha subito tutte le modificazioni del mio modo di guardare.
Di guardare intorno cose ed oggetti.” (Da Schifano e l’immagine,
testo di Nancy Ruspoli, in Mario Schifano, cat. Mostra Salone
delle Scuderie in Pilotta, Parma, 1974). Se le origini di
Schifano, quindi, si possono collegare per alcuni versi
all’informale, si tratta di un momento che viene superato
nel giro di pochi mesi. Fulcro della mostra la colossale
opera, visibile per la prima volta al pubblico, dal titolo
Interno di casa romana, commissionata a Schifano nel ‘68
per la sala da pranzo di casa Agnelli. “Un incontro tra
due persone disinibite, lui e Agnelli”, afferma Bonito Oliva.
Sono esposte in mostra anche le opere che hanno reso celebre
in tutto il mondo Schifano, come Futurismo rivisitato a
colori del 1965 e Compagni compagni del 1968. L’opera dedicata
al gruppo avanguardista riprende una celebre fotografia
dei futuristi a Parigi. Le figure, semplici sagome, sono
come evocate dalla memoria sotto pannelli colorati di perspex.
I numerosi prestiti che hanno reso possibile una mostra
così completa, sono stati concessi soprattutto da collezionisti
privati, dalle gallerie d’arte e da Giorgio Marconi, prima
gallerista e poi presidente della Fondazione Marconi di
Milano, che dall’inizio degli anni Sessanta si è occupato
del lavoro di Mario Schifano.
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